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Burresi: "La Shoah ci chiede di difendere tutte le Istituzioni"
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Giornata della Memoria 2012 27-Gennaio-2012

Burresi: "La Shoah ci chiede di difendere tutte le Istituzioni"

“E’ con la convinzione e il dovere dell’impegno responsabile, così come indicava Don Primo Mazzolari quando diceva: “Ci impegniamo noi e non gli altri” che abbiamo accettato di portare il contributo di questa nostra umile ma utile Istituzione per il Consiglio regionale di oggi – dichiara Riccardo Burresi, Presidente del Consiglio Provinciale di Siena che oggi ospita la seduta solenne del Consiglio Regionale dedicata al Giorno della Memoria. “Siamo orgogliosi – continua Burresi - di ospitare nella sede del Consiglio Provinciale la seduta solenne del Consiglio Regionale. Una ospitalità che va la di là della cortesia Istituzionale e che rappresenta la condivisione da parte delle istituzioni regionali dell’utilità per i nostri territori e i nostri cittadini dell’ente Provincia”.

 

“In un regime antidemocratico – incalza il Presidente Burresi - è maggiore il rischio che sentimenti di odio e razzismo possano trovare terreno fertile. Ecco perché credo che la difesa delle Istituzioni democratiche elette dai cittadini sia una azione comune che deve vedere tutti uniti, senza distinzioni o silenzi. Difendere le Istituzioni a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento passando per le Regioni e anche per le Provincie significa difendere la nostra Costituzione perché è proprio lì che le Istituzioni trovano la loro legittimazione. E soprattutto significa difendere i più deboli. I più forti ce la fanno da soli. I più deboli hanno bisogno di un luogo intermedio che nella relazione tra piccolo territorio e grande Istituzioni sia elemento di rappresentanza direttamente scelta dai cittadini a difesa dei loro bisogni ed esaltazione delle loro aspirazioni”.

 

“La cultura che vede un nemico in ciò che non si conosce – conclude Burresi - è una deformazione intellettuale da combattere con le armi della democrazia e della partecipazione alla costruzione del domani. L’olocausto chiede a tutti noi di tutelare la democrazia, combattere il razzismo e difendere i diritti umani. Chiede a tutti noi di mettere al centro di ogni nostra scelta, quale origine e fine, la persona nelle sua dimensione umana, intellettuale e spirituale”.

 

 

INTERVENTO INTEGRALE

 

Buongiorno e benvenuto al Consiglio Regionale della Toscana e al suo Presidente Alberto Monaci e benvenuto al Presidente Enrico Rossi ed alla giunta Regionale. Siamo orgogliosi di ospitare nella sede del Consiglio Provinciale la seduta solenne del consiglio regionale dedicata al giorno della Memoria. Una ospitalità che va la di là della cortesia Istituzionale e che rappresenta, nell’attuale contesto politico, la percezione di una condivisione da parte delle istituzioni regionali della consapevolezza dell’utilità per i nostri territori e i nostri cittadini dell’ente Provincia.

 

Ancora oggi, dopo che il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti, l’orrore dalla Shoa si fa memoria. E ciò accade con una seduta della massima istituzione regionale: una seduta di Consiglio Regionale, il luogo delle decisioni importanti, dove ogni territorio e cittadino della nostra regione trova rappresentanza democratica e dove si approvano quelle leggi che sono destinate cambiare la vita delle persone.

 

E’ con la convinzione e il dovere dell’impegno responsabile, così come indicato da Don Primo Mazzolari quando diceva: “Ci impegniamo noi e non gli altri” che abbiamo accettato di portare il contributo di questa nostra umile ma utile Istituzione per il Consiglio regionale di oggi.

 

Quella di oggi non è una manifestazioni in chiave celebrativa. Una sorta di illusorio compenso elargito alle vittime e agli eredi. Manifestazioni del genere sono i prodotti di una memoria statica. Da esse vanno distinte forme di memoria dinamica, come quella odierna, preoccupata di tenere viva la consapevolezza del male al fine di favorire la progettazione di un futuro diverso e migliore. Infatti il ricordo dell’orrore, seguito dalla rituale invocazione “ciò non deve accadere mai più” appare destinato a rimanere privo di reale efficacia quando non si saldi a un’interrogazione argomentata e analitica circa il presente e non si apra con spirito critico e creativo alla progettualità.

 

A mio parere il genocidio ebraico, compiutosi nel cuore stesso di quella cultura europea che era stata la culla della modernità, è e continua a essere la matrice fondamentale per la comprensione del nostro tempo storico. Un evento rivelatore del contrasto tra il potere spaventoso degli uomini e la loro inettitudine a crescere e maturare sul terreno della civiltà, che si porrà per sempre quale paradigma e testimonianza della millenaria follia del mondo.

 

L’universo dei Lager resta una macchina infernale che può sfuggire di mano: mai come in questo caso la percezione-interpretazione del passato proietta la sua ombra sull’avvenire.

 

La memoria della Shoah rappresenta un elemento costitutivo dell’identità di ogni popolo e di ogni istituzione e ci chiama alla responsabilità di continuare a confrontarci con la memoria nelle nostre associazioni mentali, nelle decisioni morali, nei codici di comportamento.

 

Mai abbassare la guardia. Come ha scritto Yosef Yerushalmi, docente alla Columbia University di New York, “è necessario e urgente ricordare quando alzano la voce gli assassini della memoria, i cospiratori del silenzio, coloro che come in una bellissima immagine di Kundera possono cancellare un uomo da una fotografia in modo che ne rimanga solo il cappello”.

 

L’olocausto chiede a tutti noi di tutelare la democrazia, combattere il razzismo e difendere i diritti umani. Chiede a tutti noi di mettere al centro di ogni nostra scelta, quale origine e fine, la persona nelle sua dimensione umana, intellettuale e spirituale.

 

Non possiamo corre il rischio che sussulti volti all’annientamento dell’uomo a causa del colore della sua pelle, delle sue origini o della sua religione siano indicati come semplici incidenti di percorso lasciandoli cadere in un clima di diffusa apatia e insensibilità.

 

La cultura che vede un nemico in ciò che non si conosce, alimentata dal fuoco della rabbia e della violenza, è una deformazione intellettuale da combattere con le armi della democrazia e della partecipazione alla costruzione del domani.

 

Dobbiamo sapere che il primo seme avvelenato, il primo germe distruttivo fu ed è quello dell'intolleranza e del populismo che si traducono in demonizzazione e odio del diverso e dello straniero. E allora, attenzione, vigilanza e pronte reazioni dovunque quel germe si manifesti e in qualsiasi forma, anche in paesi che si sono dati dichiarazioni di principi e Costituzioni democratiche.

 

In un regime antidemocratico è maggiore il rischio che sentimenti di odio e razzismo possano trovare terreno fertile. Ecco perché credo che la difesa delle Istituzioni democratiche elette dai cittadini sia una azione comune, che soprattutto in un momento di crisi economica, sociale e politica, deve vedere tutti uniti, senza distinzioni o silenzi. Difendere le Istituzioni a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento passando per le Regioni e anche per le Provincie significa difendere la nostra Costituzione perché è proprio lì che le Istituzioni trovano la loro legittimazione. E soprattutto significa difendere i più deboli. I più forti ce la fanno da soli. I più deboli hanno bisogno di un luogo intermedio che nella relazione tra piccolo territorio e grande Istituzioni sia elemento di rappresentanza direttamente scelta dai cittadini a difesa dei loro bisogni ed esaltazione delle loro aspirazioni.

 

Nei momenti difficili si cerca rifugio e ispirazione nei valori che non temono le insidie del tempo e le fragilità degli uomini.

 

Dunque la difesa delle Istituzioni democratiche tutte, quale promessa responsabile verso coloro che verranno dopo di noi e quale ragionato impegno verso coloro che hanno perso la propria vita a causa della follia dell’uomo.

 

Concludo con un messaggio di speranza, lasciato da una bambina di soli 13 anni, che cito dal suo diario. Da Il diario di Anna Frank: È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare. Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ci ucciderà, partecipo al dolore di migliaia di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno la pace e la serenità.