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Palazzo del governo

Palazzo del governo

Dopo il Palazzo Pubblico in piazza del Campo quello del governatore in piazza del Duomo è il palazzo più grande della città di Siena. La sua storia, quale nobile residenza, inizia negli ultimi anni  del Quattrocento con Jacopo Petrucci che acquistò alcuni edifici dallo Spedale Santa Maria della Scala per trasformarli nella sua dimora. Non sappiamo quale aspetto avesse questa residenza, poi passata al figlio Raffaello, che fu cardinale, ma a giudicare dall’unico ambiente superstite riconducibile ai lavori promossi dal cardinale, un salone prospiciente via del Capitano, dovette essere del più raffinato sfarzo. Lo testimoniano l’ampiezza del salone, oggi tramezzato e usato come sede di vari uffici, e la straordinaria raffinatezza delle decorazioni con genietti in cartapesta dipinta e dorata.

 

Nel 1593 i Petrucci venderono ai Medici il palazzo e da allora l’edificio divenne la sede del rappresentante del governo al quale Siena e il suo Stato appartennero nei secoli. I nuovi padroni iniziarono da subito i lavori di ammodernamento dell’edificio, destinato a diventare la residenza medicea urbana più vasta, dopo la reggia fiorentina di Palazzo Pitti. L’architettura ha caratteri decisamente cinquecenteschi, per quanto l’edificio sia frutto dei lavori promossi nell’inoltrato Seicento dal governatore Mattias de’ Medici. Ciò testimonia, non tanto la volontà dei Medici di adattare il palazzo allo stile forgiato dall’architetto granducale Bernardo Buontalenti, al quale anche l’edificio senese è stato attribuito, quanto la maniera tenacemente ancorata al passato di Benedetto Giovannelli Orlandi, il più accreditato architetto senese del Seicento al quale Mattias si rivolse per ampliare il palazzo senese. Al rigore dell’esterno si doveva contrapporre, negli interni, la barocca teatralità degli arredi. La decorazione in grande stile iniziò, al termine del quarto decennio del Seicento, con Leopoldo de’ Medici, fratello di Mattias e suo sostituto nel governatorato della città durante l’assenza per l’invio nei campi della Guerra dei trent’anni. Leopoldo inaugurò l’arredo figurativo del palazzo dall’ambiente più rappresentativo: la Sala di Udienza, oggi Sala del Consiglio della Provincia. Per le pitture Leopoldo si rivolse a forze locali, ingaggiando Rutilio Manetti il più accreditato pittore senese. Rutilio Manetti con il suo Dante e Virgilio, oggi nella Pinacoteca Nazionale, produsse una delle sue più affascinanti scene d’esterno, con i due poeti colti in vibranti controluce dall’argenteo chiarore della luna. Il vecchio Rutilio non riuscì invece a portare a temine il secondo dipinto commissionatogli, ossia la vasta scena dell’Innocenza della vestale Tuccia, e ciò probabilmente per la morte occorsa nel luglio 1639.

 

Quest’opera, di impatto teatrale, in quanto articolata su più piani scanditi da quinte architettoniche, fu ultimata dal figlio Domenico, autore della Giustizia e la Pace, dipinto, anch’esso nella Pinacoteca, che segna il rapido volgersi della scuola senese verso il classicismo arricchito da dinamici gesti barocchi degli anni quaranta. Rientrato Mattias de’ Medici, nel 1641, i lavori decorativi si concentreranno nella zona meno ufficiale del palazzo, ossia nell’appartamento privato del governatore, che si estendeva intorno al giardino pensile su via del Poggio. Questi locali, oggi occupati dagli uffici della Prefettura, hanno visto riaffiorare, dal crollo di un soffitto, una brillante volta affrescata con I Penati che appaiono in sogno ad Enea. I lavori furono promossi da Mattias de’ Medici, che addirittura teneva nel proprio palazzo senese due pittori fiorentini ma, a quanto pare, di lunga frequentazione senese, Antonio Ruggeri e Paolo Corsetti, come risulta dalla guardaroba del 1658, e proprio al primo di essi sono da riferire le figure della ricordata volta.

 

Con ancor maggior determinazione si dedicò alla decorazione del palazzo Francesco Maria de’ Medici, ma dei lavori decorativi promossi da questo governatore alla fine del Seicento, e interessanti specie i locali del piano nobile prospicienti piazza del Duomo e due braccia del corridoio, non rimane oggi traccia. Doveva trattarsi di un’ariosa decorazione con pergolati e paesaggi, simile a quella del Palazzo Chigi a San Quirico d’Orcia, visto che in entrambi i palazzi è documentata la stessa maestranza romana capeggiata dall’imprenditore Francesco Corallo. Dopo l’artisticamente modesto passaggio della principessa Violante Beatrice di Baviera, il palazzo, come tutto il Granducato, passò ai nuovi padroni lorenesi. Contrariamente a quanto si può immaginare il periodo lorenese fu il più ricco e importante per la decorazione del palazzo. Dopo un primo tempo di stasi, con l’arrivo del Granduca Pietro Leopoldo, a partire dagli anni Sessanta, vi fu una razionalizzazione dei vecchi arredi medicei che, fino ad allora stipati nelle residenze fiorentine, vennero in parte ridistribuiti nelle residenze periferiche.

 

A Siena cominciano a confluire decine e decine di quadri, fino a far divenire il palazzo nei primi dell’Ottocento, una piccola, ma sceltissima, galleria d’arte, composta da oltre 150 dipinti. Ai quadri ufficiali dei regnanti medicei e dei loro affini e alle tele di intento morale del vecchio arredo si unirono opere ‘non ufficiali’ volute dai Medici per le loro quadrerie private, giunsero così dipinti del Cinquecento veneto, del classicismo bolognese e del caravaggismo romano, o dipinti di artisti protetti dalla casa regnante toscana, come Bartolomeo Bimbi, autore di una singolare quanto formidabile Natura Morta di conchiglie, o Pandolfo Reschi, rappresentato da curiosi ritratti di animali, oppure Alessandro Magnasco e Faustino Bocchi, esecutori il primo di una Spelonca con zingari e il secondo di gustosissime e favolistiche Bambocciate di nani. Uno dei nuclei più consistenti di quadri giunse proprio nell’anno 1800; fra le varie tele meritano una particolare menzione due pendant con Narciso ed Atlanta.

Si tratta di opere di sublime qualità il cui rarissimo autore, Pietro Pedroni, fu il direttore dell’accademia fiorentina rinnovata dai Lorena e maestro di tutti i toscani neoclassici. Oltre ai dipinti confluirono arredi e numerosissimi arazzi, addirittura elementi delle prime edizioni di tessiture medicee su cartoni di Giovanni Stradano e Alessandro Allori. Fino ad allora i Lorena avevano provveduto a arredare il palazzo semplicemente spostando opere dalle residenze fiorentine, con Leopoldo II si provvede invece a dare un nuovo volto all’edificio attraverso un vasto ciclo decorativo ad affresco, a cui probabilmente si associò una congrua nuova fornitura di mobilia, oggi solo in minima parte rintracciabile nel palazzo. Il primo nucleo di affreschi, collocabile al 1834, ebbe un valore eminentemente decorativo, mentre il secondo, anteriore al 1838, fu un vero e proprio manifesto della politica economica del granduca. In entrambi i casi furono scelti gli stessi pittori. Il granduca si rivolse a due promettenti fratelli senesi i fratelli Cesare e Alessandro Maffei, autore il primo delle figure e il secondo degli ornati. Si continuò così la politica di utilizzo di artisti locali già proposta dai Medici. Appartengono al primo nucleo di lavori gli affreschi della Sala della Giustizia, nel primo Ottocento Stanza dei Ciambellani, con fondale esprimente la nobile Virtù Cardinale con la spada e la bilancia, e la Sala dell’Aurora, oggi sede di riunione della Giunta Provinciale, caratterizzata dalla vasta decorazione dell’Aurora sul carro ispirata ai grandi esempi della tradizione classica, ma eseguita con una sensibilità delicata e cortese che trova i suoi precedenti, quantomeno spirituali, nella decorazione settecentesca. Oltre a questi due locali fu dipinta la Sala da pranzo, oggi sede della ragioneria della Prefettura, con un ciclopico ovale raffigurante il Convito degli dei, e più modesti ambienti di passaggio, fra i quali si segnala quello con Tre eroti, attiguo all’antico ingresso al piano nobile. Delle suppellettili ottocentesche, abbiamo detto che poco rimane, ma nella Sala dell’Aurora pende ancora lo splendido e monumentale lampadario che dà l’idea dei fasti consumati anche in questa reggia lontana dalla corte fiorentina.  

 

La seconda tranche della decorazione ebbe, come abbiamo avvertito, un valore politico. Si intese celebrare un personaggio, Pia dei Tolomei, simbolo della Maremma, la parte più vasta dello Stato di Siena, che grazie alle bonifiche promosse dai Lorena si stava portando a nuova vita. La Sala della Pia, anticamera del Granduca, fu illustrata con dodici lunette e un riquadro centrale con episodi dalla Leggenda romanica dell’eroina dantesca di Bartolomeo Sestini edita nel 1822. Si inizia dall’ultimo riquadro a destra della parete della finestra con Nello che su consiglio del perfido Ghino scambia il fratello della moglie Pia con un amante, si prosegue nella contigua parete destra con Nello che dispone la partenza per Castel di Pietra con il segreto proposito di rinchiudervi la Pia, I due coniugi che si dirigono a cavallo verso il Castello e Nello che dà disposizioni al guardiano del Castello. Nella parete di rimpetto a quella della finestra osserviamo Nello che si allontana dalla moglie creduta infedele, Pia che si dispera alla scoperta di essere stata rinchiusa nel Castello per volere del marito e l’Eremita nei pressi del Castello, quindi continuando nella parete successiva è l’episodio dell’Eremita che incontrato casualmente da Nello, gli narra un racconto che adombra la reale vicenda, quello con I due che scoprono l’infido Ghino in fin di vita che gli svela l’inganno tramato per essere stato respinto dalla Pia, e l’altro con Nello che resosi conto dell’iniquità commessa vuole correre al Castello, seguono nella parete attigua le ultime due scene: Nello che esortato dall’eremita sale a cavallo e Nello che giunge troppo tardi e trova la moglie morta che viene tumulata. Singolarmente quest’ultima scena, la più drammatica, è al centro nella parete frontale a sottolineare la disgrazia della vicenda e con essa le misere condizioni della Maremma. Il tono tragico di tutta la decorazione è poi concluso dal riquadro della volta con Nello imperscrutabile consolato da una triste Pia. La decorazione con episodi della Pia riguardò anche un altro locale, la Sala dell’Incontro, l’unico del palazzo che ancora conservi gli originali raffinatissimi parati barocchetti con racemi intrecciati sormontati da corone granducali. Nella volta è il grande affresco con Nello e la Pia che giungono a Castel di Pietra. Per quanto la storia si riferisca al tempo medioevale, i personaggi vestono abiti secenteschi, uniformandosi, come rivela lo stesso impianto scenografico, a costumi e ambienti in voga nella commedia dell’arte. Per la sua camera da letto Leopoldo II volle invece una decorazione allegorica alludente al sogno, con le divinità notturne che conducono un giovane addormentato, forse lo stesso granduca, verso quelle diurne. Questo degli anni Trenta fu l’ultimo grande cantiere decorativo del palazzo nell’Ottocento. Con l’Unità d’Italia il nuovo gusto tardo Ottocentesco, comportò l’esecuzione di arredi neobarocchi, e un appesantimento della decorazione: i briosi parati barocchetti e neoclassici furono in gran parte sostituiti dagli arazzi mutilati e ritagliati in modo da coprire tutti gli spazi delle pareti. Nel primo Novecento infine l’attuale sala del Prefetto fu decorata con boiserie e affreschi con ritratti a mo’ di medaglie di illustri senesi a imitazione di un ambiente nel piano terra del Palazzo Pubblico. Si chiamò anzi lo stesso pittore, Umberto Giunti, che nelle nobili teste riassunse quello stile neoquattrocentesco che lo portò ad essere uno dei più validi falsari del suo secolo.

 

Contenuto aggiornato al: 14/02/2012 15:18